Disabilità nei servizi educativi 0-6, una riflessione che riguarda tutti
La disabilità nei servizi educativi 0-6 non è soltanto una questione organizzativa o una responsabilità del singolo servizio: riguarda il diritto di ogni bambino a crescere, apprendere e partecipare alla vita della comunità e chiama in causa famiglie, educatori, gestori e istituzioni.
È da questa consapevolezza che vorrei partire per una riflessione che, come Direttore di Assonidi, considero particolarmente importante.
Nei giorni scorsi la Corte di Cassazione ha riportato al centro dell’attenzione un principio fondamentale. Con la sentenza n. 23363 del 16 luglio 2026, la Prima Sezione Civile ha stabilito che la riduzione dell’orario di frequenza imposta a un bambino con disabilità, motivata dall’insufficienza delle ore di sostegno, costituisce una compressione del diritto all’istruzione e all’inclusione scolastica e può integrare una forma di discriminazione.
È un principio che Assonidi condivide pienamente.
Un bambino con disabilità non può vedere ridotta la propria possibilità di frequentare la scuola perché non sono state messe a disposizione tutte le risorse necessarie per accompagnarlo nel suo percorso. Il diritto del bambino viene prima della difficoltà organizzativa e non può essere il bambino, né la sua famiglia, a doverne sopportare le conseguenze.
Ma proprio questa sentenza ci porta, a mio avviso, a porci una domanda più ampia: siamo davvero nelle condizioni di garantire l’inclusione che le nostre leggi e i nostri principi riconoscono?
Il diritto all’inclusione non nasce oggi
Il nostro ordinamento ha costruito nel tempo un sistema di tutele molto importante.
La Legge 104 del 1992 ha rappresentato un passaggio fondamentale, riconoscendo tra le finalità della Repubblica la piena integrazione della persona con disabilità nella famiglia, nella scuola, nel lavoro e nella società e individuando tra gli obiettivi la rimozione delle condizioni che impediscono la partecipazione alla vita della collettività.
Lo stesso articolo 12 della Legge 104 riconosce al bambino con disabilità da 0 a 3 anni il diritto all’inserimento negli asili nido e stabilisce il diritto all’educazione e all’istruzione nelle sezioni di scuola dell’infanzia e nelle classi comuni. La norma chiarisce inoltre che l’esercizio del diritto all’educazione e all’istruzione non può essere impedito dalle difficoltà derivanti dalla disabilità.
Negli anni successivi questo impianto è stato ulteriormente sviluppato.
Il Decreto legislativo 66/2017, dedicato alla promozione dell’inclusione scolastica, afferma che l’inclusione riguarda bambine e bambini, alunne e alunni e deve rispondere ai differenti bisogni educativi attraverso strategie finalizzate allo sviluppo delle potenzialità di ciascuno. Soprattutto, individua l’inclusione come un processo che coinvolge la comunità e che deve essere costruito attraverso la condivisione del progetto tra scuola, famiglia e altri soggetti, pubblici e privati, presenti sul territorio.
È un passaggio che considero particolarmente significativo: la legge non attribuisce l’inclusione a un’unica persona o a un unico soggetto, ma la concepisce come una responsabilità condivisa.
Ed è proprio qui che, oggi, dobbiamo tornare.
Tra il diritto riconosciuto e la sua concreta attuazione
La sentenza della Cassazione ci ricorda che non è possibile far dipendere il diritto alla frequenza di un bambino con disabilità dalla disponibilità delle ore di sostegno.
Nel caso esaminato, la Corte ha sottolineato che il diritto a frequentare la scuola al pari degli altri bambini non viene meno quando esiste uno scarto tra le ore di sostegno assegnate e l’orario di frequenza. È compito dell’istituzione scolastica individuare strumenti e strategie per promuovere l’inclusione.
La decisione richiama inoltre l’articolo 2 della Legge 67/2006, che tutela le persone con disabilità dalle discriminazioni e che la Corte ha espressamente indicato come riferimento per qualificare la riduzione dell’orario come discriminatoria nel caso esaminato.
Il principio è chiaro. Ma la sua applicazione concreta ci pone davanti a una questione altrettanto importante.
Come possiamo garantire un’inclusione reale se alle strutture e alle famiglie non vengono messe a disposizione le condizioni necessarie per realizzarla?
Perché l’inclusione non è soltanto permettere a un bambino di entrare in un servizio educativo. È poterlo accogliere, accompagnare, ascoltare e sostenere. È costruire un progetto educativo coerente con i suoi bisogni. È garantire continuità. È avere personale preparato e, quando necessario, il supporto di competenze specialistiche. È poter dialogare con la famiglia e con i professionisti che seguono il bambino.
Famiglie e servizi educativi non possono essere lasciati soli
Su questo punto credo sia importante essere molto chiari.
Quando le risorse non sono sufficienti o le competenze e le responsabilità non sono definite con chiarezza, non è corretto che il peso della situazione ricada esclusivamente sul servizio educativo. Ma non è corretto neppure che ricada sulla famiglia.
Una famiglia che affida il proprio bambino a un servizio educativo non può essere chiamata a risolvere da sola le difficoltà organizzative, economiche o assistenziali che emergono nel percorso di inclusione.
Allo stesso modo, un nido o una scuola dell’infanzia non possono essere chiamati a farsi carico da soli di una situazione che richiede il contributo coordinato di più soggetti e competenze.
Famiglie e servizi devono poter contare su una rete.
È una distinzione fondamentale, perché troppo spesso il confronto rischia di trasformarsi in una contrapposizione tra chi chiede un diritto e chi deve garantire un servizio. Ma famiglia e servizio educativo, in realtà, sono dalla stessa parte: entrambe le realtà hanno come obiettivo il benessere e la piena partecipazione del bambino.
Quando mancano risorse, strumenti o interlocutori istituzionali, il rischio è invece che famiglia e servizio si trovino, loro malgrado, uno di fronte all’altro.
Non è questa la strada dell’inclusione.
La qualità dell’inclusione passa dalla qualità del sistema
Un servizio educativo di qualità deve essere capace di accogliere le differenze e di costruire percorsi personalizzati. Ma la qualità non può essere affidata esclusivamente alla buona volontà delle persone che lavorano all’interno di una struttura.
Servono formazione, professionalità, continuità educativa, coordinamento e risorse.
Serve soprattutto chiarezza su chi deve fare cosa.
Il D.Lgs. 66/2017, nel delineare il modello dell’inclusione scolastica, richiama proprio la collaborazione tra scuola, famiglia e altri soggetti del territorio.
Questo approccio dovrebbe rappresentare un riferimento anche per il modo in cui guardiamo, più in generale, al sistema educativo 0-6: non una somma di interventi separati, ma una rete nella quale ciascun soggetto svolge il proprio ruolo e contribuisce, per le proprie competenze, alla costruzione del percorso del bambino.
Perché una famiglia non dovrebbe essere costretta a diventare esperta di procedure amministrative per ottenere ciò che serve al proprio figlio. E un servizio educativo non dovrebbe essere costretto a trasformarsi in un soggetto capace di supplire autonomamente alle carenze di un intero sistema.
Un tavolo di confronto per costruire soluzioni concrete
È per questo che ritengo necessario un confronto ampio e concreto tra Stato, Regioni, enti locali e rappresentanti dei servizi educativi pubblici, privati e paritari.
Non per mettere in discussione i diritti riconosciuti dalla legge. Al contrario: per capire come renderli effettivi.
Abbiamo bisogno di modalità di intervento più omogenee, di responsabilità definite, di strumenti di sostegno adeguati e di un sistema nel quale famiglie e servizi possano sapere a chi rivolgersi e su quali risorse poter contare.
Il tema della disabilità nei servizi educativi 0-6 non può essere affrontato soltanto quando emerge una situazione di difficoltà. Deve entrare stabilmente nella programmazione del sistema educativo, perché l’inclusione non può essere una risposta emergenziale.
Deve essere parte della qualità del servizio.
L’inclusione è un percorso che si costruisce insieme
Credo che questa sia, in fondo, la riflessione più importante che possiamo fare.
La sentenza della Corte di Cassazione ci ricorda che un diritto non può essere ridotto perché mancano le risorse per garantirlo. Ma ci ricorda anche indirettamente quanto sia necessario lavorare sulle condizioni che rendono possibile l’esercizio concreto di quel diritto.
Come Assonidi, rappresentiamo servizi educativi che ogni giorno accolgono bambini e famiglie e conoscono concretamente la complessità del lavoro educativo.
Sappiamo che l’inclusione richiede impegno, competenza e responsabilità. Sappiamo anche, però, che nessun servizio può farcela da solo.
E allo stesso modo nessuna famiglia dovrebbe essere lasciata sola ad affrontare il percorso di inclusione del proprio figlio.
La direzione, quindi, non può essere quella di chiedere sempre di più al singolo servizio o alla singola famiglia. Deve essere quella di costruire una rete più forte, nella quale ciascuno possa svolgere il proprio ruolo con strumenti adeguati.
Perché l’obiettivo non dovrebbe essere semplicemente garantire che un bambino possa frequentare.
L’obiettivo è fare in modo che possa esserci davvero, partecipare, crescere e sentirsi parte della comunità.
E per riuscirci, abbiamo bisogno di un sistema nel quale nessuno venga lasciato indietro e nessuno venga lasciato solo.
a cura di Paolo Uniti, Direttore Assonidi
Approfondisci
La Corte Suprema di Cassazione, nella sentenza n. 23363 del 16 luglio 2026, ha affrontato il tema della riduzione dell’orario di frequenza scolastica di un bambino con disabilità, affermando che l’insufficienza delle ore di sostegno non può giustificare tale riduzione.
Leggi la sentenza n. 23363/2026 della Corte di Cassazione
Per approfondire il quadro normativo sul diritto all’inclusione è possibile consultare anche la Legge 104/1992 e il Decreto legislativo 66/2017.
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